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La grande truffa della terra: così lo Stato ha affamato la Basilicata e armato i briganti

di Mario Garofalo

Se vuoi capire perché un uomo prende un fucile, volta le spalle al mondo e si butta nei boschi, non devi fermarti al sangue che corre. Quella è solo la fine della storia. Per capire davvero, devi fare un passo indietro, metterti le scarpe comode e andare a spulciare le carte nei palazzi. Devi seguire la linea dei soldi, del potere e, in questo caso, della terra.

Perché qui, tra Napoli e le montagne della Basilicata, la storia si ripete sempre con lo stesso identico copione: cambiano le bandiere, cambiano i re, ma a pagare il conto sono sempre gli stessi. I cafoni, i braccianti. Quelli che non hanno voce se non quando sparano.

Proviamo a ricostruire questa storia con la logica di un'inchiesta. C'è un filo invisibile ma robustissimo che lega una legge illuminata firmata a Napoli a inizio Ottocento e le foreste lucane in fiamme sessant'anni dopo.

Il "Bluff" del 1806: La legge sulla carta

Tutto comincia con una grande illusione. Nel 1806, Giuseppe Bonaparte arriva a Napoli e decide di fare la rivoluzione con una firma: eversione della feudalità. Sulla carta è un capolavoro. Dice ai contadini: "I primi privilegi dei baroni sono finiti, spezziamo il latifondo, dividiamo le terre e ne diamo un pezzo a ciascuno di voi".

Vedi questo schema? È il meccanismo perfetto di come una riforma giusta si trasforma in una trappola sociale:

Anno

La Promessa dello Stato

La Realtà sulla Pelle dei Contadini

1806

Abolizione dei privilegi feudali e divisione delle terre comuni (quotizzazione).

I baroni e i nuovi ricchi borghesi bloccano i decreti. Le terre buone se le tengono loro.

Dopo il 1806

Modernizzazione dei contratti agrari e privatizzazione della terra.

La vera beffa: spariscono gli usi civici. Recinti ovunque. Chi entra a fare legna o a raccogliere due frutti viene trattato da ladro.

1861

Arriva l'Unità d'Italia. Altra promessa di libertà e riscatto sociale.

Lo Stato sabaudo mantiene la stessa inerzia. Silenzio complice con i vecchi padroni.

Il danno collaterale: Gli usi civici non erano un lusso, erano il welfare dei poveri. Togliere a un bracciante il diritto di raccogliere la legna per l'inverno o di far pascolare l'unica capra significava una cosa sola: condannarlo alla fame.

La denuncia dimenticata del «Corriere Lucano»

Ma qualcuno che aveva capito il pericolo c'era. E non era un rivoluzionario con la scure in mano, era un uomo delle istituzioni, un journalist moderato. Il 2 aprile 1861, mentre a Torino si festeggiava l'Italia unita, a Potenza usciva il primo numero de Il Corriere Lucano.

Il direttore, Saverio Favatà, scrive una lettera aperta che somiglia a un verbale di polizia giudiziaria inviato al Regio Commissario Pasquale Grisolia. È un grido d'allarme rimasto al buio:

  • L'illusione del riscatto: Favatà racconta la gioia ingenua di migliaia di poveri cristi che pensavano, finalmente, di non dover più vendere le proprie braccia all'avidità del ricco per un tozzo di pane.
  • La bomba a orologeria: Denuncia che in Basilicata ci sono ben 124 comuni con le pratiche delle terre bloccate. Mezzo milione di persone sospese nel nulla.
  • La profezia: Favatà lo dice chiaramente, usa parole che pesano come macigni. Avverte lo Stato che quell'eterno contenzioso sulle terre è il fomite – la scintilla – che da mezzo secolo provoca uccisioni e rivolte. E conclude: "Venga, e venga presto, in nome della pace". 

Ma lo Stato a quel tavolo non si è mai seduto. Ha risposto con i ritardi, con la burocrazia, con il silenzio.

Dalla penna al fucile: La scelta di Ninco Nanco

Quando lo Stato latita, o peggio, quando si allea con i forti contro i deboli, la disperazione si organizza. Diventa violenza.

Quella scintilla denunciata da Favatà scoppia proprio in quel maledetto 1861. La fame di terra si trasforma nella benzina di quello che la storia ufficiale chiama sbrigativamente brigantaggio, ma che nella realtà profonda dei fatti non fu altro che una gigantesca, disperata rivolta contadina. È la tesi storica che sento mia, quella che restituisce dignità sociale a una guerra civile, leggendo oltre la propaganda sabauda.

Prendi la parabola di Giuseppe Nicola Summa, che tutti conoscono come Ninco Nanco, il capobrigante di Avigliano. Spesso la cronaca dei vincitori lo ha dipinto solo come un mostro, un criminale assetato di sangue. Ma se guardi la storia con gli occhi dell'inchiesta sociale e della ribellione rurale, capisci che Ninco Nanco è il prodotto di quella promessa tradita. Non un bandito comune, ma un cafone che ha risposto al sopruso con l'unica arma che gli era rimasta.

I contadini lucani hanno capito subito il trucco: il nuovo Stato unitario non era venuto a liberare i lavoratori della terra, era venuto a difendere le recinzioni dei signori, i galantuomini. E allora, chi non ha voluto piegare la testa, chi ha visto i propri figli morire di fame mentre i padroni ingrassavano sui terreni che dovevano essere di tutti, ha fatto l'unica scelta che gli sembrava rimasta: ha preso il fucile ed è andato nel bosco.

Questa non è stata una scorreria di criminali senza movente e nemmeno un movimento guidato solo da nostalgie borboniche. È stata la più grande, tragica ed esplosiva rivolta contadina del nostro Mezzogiorno. Una jacquerie nata dalla fame di terra e da una rivoluzione borghese che ha tradito il popolo per fare cassa. L'eversione della feudalità doveva creare una classe di piccoli proprietari liberi; ha finito per creare l'esercito della disperazione sociale. E la Basilicata è diventata il teatro di questo incendio.

Nota bibliografica per i lettori di ControSud:

Il testo dell'appello di Saverio Favatà sopra citato è tratto dal fondamentale volume di Valentino Romano e Leonardo Zaccagnino, Storie e leggende di Ninco Nanco, capobrigante lucano, che riprende l'articolo originale intitolato Terreni demaniali, apparso in «Il Corriere Lucano. Giornale per tutti», a. I, n. 1, 2 aprile 1861, p. 3.

 

 


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