Di Mario Garofalo
C'è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui questo Paese affronta il tema dello sfruttamento nei campi. Tutti sanno, quasi nessuno parla davvero. Si piange il morto di turno, si invocano controlli, si promettono leggi più severe. Poi la macchina riparte identica a prima.
Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Dietro molti prodotti che finiscono sulle nostre tavole esiste una catena di convenienze che comincia nei campi e arriva molto più lontano. Non riguarda soltanto il caporale che recluta manodopera. Riguarda un sistema che pretende prezzi sempre più bassi e scarica il costo di questa corsa al ribasso sui lavoratori più deboli.
Nel Mezzogiorno questa storia la conosciamo bene. Cambiano le stagioni, cambiano i governi, cambiano gli slogan elettorali, ma resta immutata la condizione di chi produce ricchezza senza riuscire a goderne i benefici. Una terra che continua a lavorare e a generare valore mentre altri decidono, controllano e guadagnano.
La retorica dell'emergenza migratoria ha spesso svolto una funzione precisa: spostare l'attenzione. Si discute delle persone che arrivano, molto meno di chi le sfrutta. Si alimentano paure e divisioni, mentre i rapporti economici che rendono possibile lo sfruttamento restano quasi sempre fuori dal dibattito pubblico.
Così il lavoratore straniero diventa il bersaglio più facile. Invisibile quando raccoglie nei campi, improvvisamente visibile quando serve costruire una narrazione politica. Ma il problema non è chi lavora. Il problema è chi considera il lavoro umano una merce da acquistare al prezzo più basso possibile.
Per troppo tempo il Sud è stato raccontato come una periferia incapace di riscattarsi. In realtà è stato spesso trattato come una riserva da cui estrarre forza lavoro, risorse e consenso. Oggi quel meccanismo continua sotto forme diverse. Le vittime hanno accenti differenti, ma la logica resta identica.
Se vogliamo combattere davvero il caporalato dobbiamo avere il coraggio di andare oltre gli slogan. Dobbiamo parlare di salari, di diritti, di filiere produttive, di responsabilità economiche e politiche. Dobbiamo chiederci chi trae vantaggio da questa situazione e perché ogni tentativo di cambiamento incontri sempre tante resistenze.
Una democrazia degna di questo nome non si misura dai profitti delle sue eccellenze, ma dalla condizione di chi vive ai margini. Finché nei campi italiani continueranno a esistere lavoratori invisibili, costretti a scegliere tra sfruttamento e fame, non saremo davanti a una semplice questione agricola.
Saremo davanti all'ennesima prova del fallimento di una politica che preferisce amministrare le disuguaglianze invece di eliminarle.

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