Di Mario Garofalo
Potenza, 1872. Le cronache dell’epoca, con il loro linguaggio ingessato da burocrati in toga, hanno tentato di chiudere i conti con la storia nelle aule di tribunale. Hanno messo al banco degli imputati un pastore di Rionero, Carmine Crocco, e hanno pensato che, una volta emessa la sentenza, il problema fosse risolto. Hanno caricato sulle spalle di un solo uomo – il "generale" dei briganti – il peso di un’intera epoca di sangue e di fuoco, convinti di poter archiviare il malessere di un Sud intero in un faldone di carta.
Eppure la storia, quella refrattaria alle convenienze del Palazzo, possiede una memoria molto più lunga e tenace delle sentenze di una Corte d’Assise.
Oggi, sfogliando il racconto di quel processo, ci rendiamo conto che a guidare le indagini fu soprattutto l'esigenza politica di "nascondere la polvere sotto il tappeto", più che la ricerca della verità. C'era bisogno di un capro espiatorio per coprire le responsabilità di chi, a Nord come a Sud, aveva gestito l'Unità come una spartizione di conquiste anziché come un incontro tra popoli. Le cause profonde di quella rivolta – la fame, la miseria, l'assenza di futuro – vennero deliberatamente omesse dal verbale processuale e trasformate in atti criminali, così da negarne la natura di protesta sociale.
Crocco è stato molto più di un capo militare capace di tattiche di guerriglia che hanno umiliato l’esercito regolare; è stato, suo malgrado, lo specchio in cui la nuova classe dirigente evitava di guardarsi. Rappresentava la voce di migliaia di contadini che, traditi dalle promesse di un domani migliore, trovarono nella violenza l’unico linguaggio con cui rivendicare un pezzo di terra o anche solo il diritto a esistere.
Il processo di Potenza è stato il primo, lungo esercizio di rimozione collettiva. Si è cercato di condannare il "brigante" per evitare di processare un intero sistema politico che aveva scelto di governare il Mezzogiorno ignorandone la dignità. E noi, figli di questa stessa terra, oggi dobbiamo chiederci quanto di quel "tappeto" sia ancora lì, a coprire i problemi rimasti irrisolti.
La lezione di Crocco risiede nella cicatrice che quella stagione ha lasciato sulla nostra identità, più che nel bagno penale di Portoferraio dove finì i suoi giorni. Finché continueremo a leggere il Sud attraverso la lente dell'ordine pubblico, ignorando le radici profonde delle sue ingiustizie, saremo destinati a far rivivere, in forme nuove e diverse, lo stesso scontro.
Una cronaca da sola risulta insufficiente, così come una semplice rievocazione storica. Serve il coraggio di sollevare quel tappeto, di guardare in faccia la polvere e di ammettere che, se quel brigante è diventato un mito, ciò accade perché allora come oggi siamo stati incapaci di offrirgli una prospettiva di giustizia diversa dal fuoco o dalla galera.
La verità è una scomoda compagna di viaggio; tuttavia resta l'unica capace di liberarci davvero dal peso di un passato che continua a rifiutare la sepoltura.
Dopo aver analizzato questa vicenda, ti sembra che il mito del brigante sia ancora oggi il sintomo di una ferita sociale che la politica preferisce ignorare invece di curare?

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