In Molise ormai ogni settimana arriva una nuova notizia sulla sanità. E puntualmente i cittadini fanno la stessa faccia di chi apre la bolletta della luce: paura, rassegnazione e una bestemmia trattenuta per educazione.
Prima il depotenziamento. Poi il rischio chiusura dei punti nascita. Poi l’emodinamica. Poi Agnone. Alla fine manca solo che al pronto soccorso invece del triage ti diano direttamente Google Maps per andare fuori regione.
Perché il problema ormai è chiarissimo: in Molise non si sta riorganizzando la sanità. La si sta smontando pezzo dopo pezzo. Con parole eleganti, decreti tecnici e sigle ministeriali che sembrano innocue ma che, tradotte nella vita reale, significano una cosa semplice: meno servizi e più chilometri per curarsi.
E adesso non si parla più di ipotesi. Il nuovo Programma Operativo Sanitario 2026-2028 è stato adottato davvero. E i tagli sono nero su bianco.
A Termoli l’emodinamica del San Timoteo verrà disattivata entro ottobre 2026. A Isernia il punto nascita del Veneziale viene chiuso e sostituito da un “Centro maternità”, che tradotto dal burocratese significa: ti seguono la gravidanza ma per partorire devi andare a Campobasso. Agnone invece perde definitivamente il ruolo di ospedale di area disagiata e viene trasformato in ospedale di comunità.
E allora succede una cosa assurda: una donna molisana che deve partorire deve iniziare a fare calcoli logistici come se stesse organizzando una spedizione sull’Himalaya.
“Quanto ci metto?”
“La strada è aperta?”
“Trovo ambulanza?”
“Arrivo in tempo?”
Domande normali nel Terzo Mondo. O nel Molise del 2026.
La politica continua a ripetere che è tutto necessario, che lo impongono i parametri del DM70, che lo chiedono i ministeri, che bisogna razionalizzare. Ormai il cittadino molisano conosce più decreti sanitari che giocatori della Serie A.
Però nessuno spiega una cosa semplice: come si fa a parlare di efficienza in una regione dove per una visita urgente aspetti mesi, per un esame devi attraversare mezza Italia e per partorire rischi di dover pregare anche il traffico?
La verità è che il Molise sta pagando vent’anni di commissariamento e tagli fatti sempre sulla pelle delle persone. Hanno ridotto tutto in nome dei conti. Ma i conti non tornano mai. E i servizi invece spariscono eccome.
La beffa più grande è sentirsi dire che “i numeri sono bassi”. Certo che sono bassi. Se continui a depotenziare i reparti la gente va fuori regione. E quando la gente va fuori regione i numeri si abbassano ancora.
È il cane che si morde la coda, solo che nel frattempo il cittadino si morde pure il fegato.
E mentre Roma decide sulla carta, qui restano i territori isolati, le aree interne dimenticate e le famiglie che vivono con la paura concreta di non avere assistenza in tempo.
Agnone ormai viene svuotata pezzo dopo pezzo. Termoli perde servizi essenziali. Isernia si vede chiudere il punto nascita. E Campobasso diventa l’unico vero polo sanitario di una regione intera.
Ma una sanità che costringe i cittadini a spostarsi continuamente non è una rete sanitaria.
È un pellegrinaggio sanitario.
E allora diciamolo chiaramente: il Molise non ha bisogno di altri tavoli tecnici. Ha bisogno di coraggio politico. Perché qui non si parla di privilegi o sprechi. Qui si parla del diritto di nascere, curarsi e sopravvivere senza dover fare cento chilometri con l’ansia addosso.
La sanità pubblica dovrebbe unire i territori. In Molise invece li sta lasciando soli.
E la cosa più triste è che ormai la gente non protesta nemmeno più.
Fa quello che fanno al Sud da sempre: si arrangia.
Finché può.

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