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Le aree interne del Sud non chiedono assistenza: chiedono futuro


Di Mario Garofalo 

C'è un'altra Italia che raramente conquista le prime pagine dei giornali. Un'Italia fatta di piccoli comuni, strade di montagna, scuole che resistono, presidi sanitari sempre più fragili e giovani costretti a partire. È l'Italia delle aree interne del Mezzogiorno, una parte del Paese che continua a perdere abitanti, servizi e opportunità mentre il dibattito politico resta spesso concentrato sulle grandi città e sulle aree economicamente più forti.

Nel corso di un recente confronto dedicato al futuro dei territori interni del Sud è emersa con forza una verità che da anni viene ignorata: il mercato da solo non può salvare queste comunità. Dove diminuiscono i cittadini, arretrano anche i diritti. Chiudono le scuole, si allontanano gli ospedali, spariscono gli uffici pubblici, si riducono i trasporti. E quando lo Stato si ritira, non resta soltanto un vuoto amministrativo: si rompe un legame sociale costruito in generazioni di storia.

Lo spopolamento non è una calamità naturale. È il risultato di precise scelte politiche. Per decenni si è considerato lo sviluppo come un fenomeno da concentrare nelle grandi aree urbane, lasciando che interi territori fossero giudicati esclusivamente attraverso parametri economici inadatti a raccontarne il valore reale. Eppure le aree interne custodiscono risorse che nessun bilancio può quantificare completamente: biodiversità, produzioni agricole di qualità, cultura materiale, memoria collettiva, paesaggi e comunità.

L'errore più grande è continuare a valutare questi territori con gli stessi criteri utilizzati per le pianure industrializzate del Nord. Le condizioni geografiche, demografiche e sociali sono profondamente diverse e richiedono politiche differenti. L'uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel garantire a ciascuno gli strumenti necessari per vivere con dignità.

Per questo servono investimenti pubblici straordinari e una nuova stagione di programmazione. Occorre rafforzare la sanità territoriale, difendere la scuola pubblica, garantire collegamenti efficienti, sostenere le attività produttive locali e favorire nuove forme di cooperazione sociale e comunitaria. Servono incentivi per chi sceglie di restare e per chi decide di tornare.

In questo quadro, il dibattito sull'autonomia differenziata assume un significato tutt'altro che astratto. Il rischio concreto è quello di accentuare ulteriormente il divario tra territori già forti e territori che faticano a garantire i servizi essenziali. Senza un forte principio di solidarietà nazionale, le aree interne del Mezzogiorno rischiano di essere lasciate ancora più indietro.

La questione non riguarda soltanto il Sud. Riguarda il modello di Paese che vogliamo costruire. Se un borgo si svuota, se una comunità scompare, se un territorio viene abbandonato, perde valore l'intera Italia. Al contrario, ripristinare la vita alle aree interne significa investire in equilibrio territoriale, sostenibilità ambientale e coesione sociale.

Le aree interne non chiedono carità né assistenza. Chiedo il diritto ad avere un futuro. E una nazione che rinuncia a una parte di sé finisce inevitabilmente per impoverire anche il proprio domani.


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