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La Battaglia del Grano: quando il Sud divenne la mangiatoia del Nord

di Mario Garofalo 

C’è una strana nostalgia che ogni tanto riaffiora nei salotti buoni e nelle destre da tastiera: quella per la "bonifica", per le "città di fondazione", per quel tempo in cui l'Italia, si dice, era il granaio d'Europa. Ma se grattiamo via la vernice dell’Istituto Luce, quello che resta sotto è il solito, vecchio schema: il Mezzogiorno usato come una colonia interna, sacrificato sull'altare di un’autarchia che serviva a riempire le pance del Nord e le tasche dei latifondisti.

Il ritorno al latifondo (con la benedizione del regime)

La "Battaglia del Grano" non fu un’operazione economica, fu un’operazione di polizia sociale. Prima del fascismo, il Sud stava faticosamente cercando una via verso le colture specializzate: agrumi, vite, mandorli. Roba che richiedeva intelligenza, mercati aperti, innovazione. Il regime disse: "No. Dovete fare grano".

Perché? Semplice. Il grano è la coltura del latifondo estensivo. Non serve istruzione, non serve tecnologia avanzata, serve solo terra e braccia sottomesse. Imponendo il dazio sul grano, il fascismo protesse la rendita dei baroni meridionali in cambio del loro appoggio politico. È il solito patto di sangue: il regime garantisce al padrone il diritto di sfruttare il contadino, e il padrone garantisce al regime l'ordine pubblico nelle campagne.

L'industria del Nord ringrazia

Ma il vero capolavoro di ipocrisia fu il legame con l'industria settentrionale. Mentre al Sud si tornava al Medioevo cerealicolo, le industrie meccaniche del Nord vendevano trattori e mietitrici (spesso inadatti ai terreni scoscesi del Mezzogiorno) pagati con i sussidi statali.

Il risultato?

  • Ambiente devastato: Si disboscò ovunque per piantare spighe, accelerando il dissesto idrogeologico che ancora oggi paghiamo a ogni alluvione.

  • Economia bloccata: Le colture pregiate vennero abbandonate, distruggendo le reti commerciali con l'estero.

  • Emigrazione repressa: Poiché il contadino non poteva più fuggire verso le Americhe (il regime lo vietava per "prestigio nazionale"), restava prigioniero di una terra che non gli apparteneva, a produrre un bene che non poteva permettersi.

Una storia che si ripete

Perché parlarne oggi su ControSud? Perché il meccanismo non è cambiato. Ancora oggi ci vendono per "sviluppo" progetti calati dall'alto che servono solo a foraggiare le grandi imprese del Nord e a mantenere il Sud in uno stato di dipendenza assistita. Ieri era il grano, oggi sono le grandi opere inutili o le colonizzazioni energetiche.

La cerealizzazione fascista è stata la pietra tombale su ogni possibilità di riforma agraria seria. È stata la conferma che per Roma il Sud è utile solo se resta un passo indietro, a produrre materie prime e a consumare i prodotti altrui.

Ieri come oggi, il Sud non ha bisogno di "battaglie" decise altrove. Ha bisogno di decidere cosa seminare sul proprio terreno.


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