Di Mario Garofalo
Il 25 aprile è una data che, nel discorso pubblico italiano, tende spesso a diventare un simbolo compatto: la liberazione dal fascismo, la nascita della democrazia, la fine di un’epoca buia.
Spostando lo sguardo verso il Mezzogiorno, quella stessa data si apre e si incrina. La liberazione qui coincide solo in parte con una trasformazione profonda della vita sociale.
La fine del fascismo segna una cesura politica fondamentale: cade il regime, cambia lo Stato, si apre la stagione repubblicana. La domanda decisiva riguarda la portata reale di questa svolta nelle condizioni di vita delle classi popolari meridionali.
La risposta resta ambivalente.
Una liberazione che arriva in modo diseguale
Nel Mezzogiorno del dopoguerra la fine del fascismo apre una fase nuova sul piano istituzionale. Le strutture sociali profonde restano però segnate da disuguaglianze, dipendenza economica e fragilità produttiva.
Le istituzioni cambiano, i rapporti di forza sociali seguono tempi più lunghi.
Le élite locali si trasformano e trovano continuità dentro il nuovo quadro democratico. Le masse contadine e urbane restano prive di strumenti organizzativi capaci di incidere con forza sulla direzione del cambiamento.
La liberazione assume così una forma precisa: politica e reale, insieme parziale sul piano sociale. Storicamente necessaria, incompleta sul piano della trasformazione delle condizioni materiali.
Il nodo gramsciano: chi guida il cambiamento
In una lettura gramsciana, questa dinamica si lega al problema dell’egemonia.
Il cambiamento attraversa il Paese senza nascere come costruzione autonoma e consapevole delle classi subalterne. Si sviluppa attraverso mediazioni istituzionali e statali, dentro un processo in cui il Sud entra nella nuova Italia senza disporre pienamente degli strumenti per orientarne la direzione.
Si afferma così una trasformazione guidata dall’alto, che lascia irrisolta la formazione di un blocco storico nuovo e realmente popolare.
Il Sud dentro la Repubblica
Il Mezzogiorno entra nella Repubblica dentro una contraddizione strutturale: piena cittadinanza formale e persistente debolezza nella capacità di determinare sviluppo, lavoro, infrastrutture e opportunità.
La questione riguarda la forma della partecipazione storica. Riguarda la possibilità concreta di costruire una direzione collettiva del proprio futuro.
Una domanda ancora aperta
La questione centrale riguarda il senso stesso della liberazione. Riguarda la sua traduzione nei diversi territori del Paese e nella vita materiale delle classi popolari.
Chi ha avuto, e chi ha oggi, la possibilità di trasformare quella liberazione in potere reale di autodeterminazione?
Nel Mezzogiorno questa domanda resta aperta. E proprio per questo il 25 aprile continua a funzionare come una misura critica del presente.
La liberazione politica apre una fase storica nuova. La liberazione sociale richiede ancora una trasformazione piena dei rapporti di forza.

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