Di Mario Garofalo
Oggi voglio riflettere sulla condizione dei contadini meridionali nel periodo dell’unificazione d’Italia, e anche negli anni che la precedono, quando la promessa di libertà e di nazione attraversa le campagne come un vento lontano, percepito eppure incapace di trasformare davvero la vita quotidiana delle masse rurali. La questione da cui parto appare semplice soltanto in apparenza: quale risultato concreto ottiene un contadino povero occupando una terra incolta o mal coltivata, quando possiede soltanto le proprie braccia? Senza macchine, senza una casa vicino al lavoro, senza credito per attendere il raccolto, senza cooperative capaci di acquistare i prodotti o difenderne il prezzo, senza difesa contro l’usura che consuma lentamente ogni speranza.
L’occupazione della terra, nella fase iniziale, produce comunque un effetto reale. Minimo sul piano materiale, potente sul piano simbolico. Nasce l’impressione di possedere finalmente un frammento di mondo. Si soddisfa l’istinto di proprietà, quella aspirazione antica che porta un uomo a pronunciare parole decisive: “questa terra è mia”. Per qualche giorno o per qualche stagione sembra possibile uscire dalla condizione di bracciante senza radici e trasformarsi in padrone del proprio lavoro.
Quell’illusione entra rapidamente in conflitto con la struttura reale della società agraria meridionale.
Le sole braccia risultano insufficienti per trasformare una terra dura, spesso abbandonata proprio perché improduttiva o difficile da lavorare. “Scassare” il terreno significa affrontare una materia che oppone resistenza fisica e tecnica. La zappa incontra pietra, argilla compatta, pendii difficili. In molti casi soltanto strumenti più potenti — talvolta perfino la dinamite — permetterebbero di aprire la roccia e preparare la semina. Ogni colpo di zappa diventa una battaglia, ogni metro di terra conquistato richiede giorni di fatica, mentre il raccolto resta un’ipotesi fragile e lontana.
A questa difficoltà materiale si aggiunge una condizione sociale ancora più dura: l’isolamento.
Le giornate scorrono lunghe sotto il sole, le notti arrivano prive di riparo stabile. Mancano case, mancano villaggi vicini, manca acqua sufficiente. Restano la terra, il silenzio e la fatica. Su tutto incombe la malattia: la malaria che attraversa le campagne meridionali e trasforma il lavoro agricolo in un rischio permanente.
In questa situazione il contadino scopre progressivamente la propria debolezza strutturale. La terra che sembrava conquistabile diventa un peso che consuma energie e vita. L’azione individuale rivela tutta la propria fragilità: manca un sostegno collettivo, mancano istituzioni capaci di difendere il lavoro contadino, manca una rete economica che permetta di trasformare lo sforzo in reddito stabile.
Qui nasce qualcosa di più profondo della semplice miseria: nasce la disperazione sociale.
Questa disperazione raramente produce coscienza politica organizzata. Il contadino difficilmente diventa teorico della rivoluzione, raramente elabora programmi politici, raramente immagina un nuovo ordine sociale. La sua reazione assume piuttosto una forma immediata e concreta: la ribellione.
Si forma così una figura tipica delle campagne meridionali dell’Ottocento: il ribelle rurale. Un uomo che percepisce l’ingiustizia sulla propria pelle e reagisce attraverso la vendetta sociale. Invece di un militante comunista appare l’assassino dei signori; invece dell’organizzatore di masse emerge il vendicatore solitario o il membro di una banda.
In questo passaggio prende forma quella che può essere definita una prima rivolta di classe primitiva del Mezzogiorno. Una ribellione che nasce dalla fame, dalla fatica e dall’abbandono istituzionale. L’ideologia resta debole o assente; l’esperienza concreta dell’ingiustizia, invece, appare fortissima.
La storiografia ufficiale ha spesso ridotto questo fenomeno a una formula semplice e rassicurante: brigantaggio.
Dietro quella parola si trovavano però uomini, famiglie, comunità rurali intere. Esisteva una questione sociale profonda, una frattura interna nella nascita dello Stato italiano. L’unificazione politica procedeva dall’alto, mentre nelle campagne meridionali continuava una lotta elementare per la sopravvivenza e per l’accesso alla terra.
Comprendere davvero quella stagione storica richiede quindi un ritorno alle sue condizioni materiali: la terra dura, le zappe spezzate, le notti senza casa, la fatica quotidiana dei contadini senza proprietà. Da quella terra nascono rivolte, violenze, repressioni; allo stesso tempo nasce una lunga storia di resistenza contadina e di domanda di giustizia sociale che attraverserà tutta la storia italiana successiva.
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