di Mario Garofalo
Oggi, 6 aprile, su ControSud vogliamo ascoltare la voce di L’Aquila, perché quella voce attraversa l’Italia intera e parla anche a chi vive nel Mezzogiorno, nelle aree interne dimenticate, nei territori trattati come margini del Paese. La ferita dell’Aquila riguarda tutti noi, riguarda un’Italia che si commuove subito e agisce troppo tardi, un’Italia che celebra l’emergenza e trascura la prevenzione, un’Italia che chiede resilienza ai cittadini mentre la politica si attarda nei palazzi.
Il terremoto del 2009 ha strappato vite, case, quartieri, identità collettive. E ciò che è accaduto dopo ha reso evidente un Paese che segue il passo della burocrazia invece di quello delle comunità. Quartieri lasciati in sospeso per anni, servizi essenziali ripristinati con un ritmo esasperante, giovani costretti a partire perché il futuro richiede risposte immediate e serie. La forza degli aquilani è stata enorme, trasformata troppo spesso in un alibi per chi avrebbe dovuto intervenire con coraggio e rapidità. La comunità ha resistito con dignità, mentre cantieri procedevano tra rallentamenti e passerelle istituzionali che sembravano rituali senza sostanza politica. Si è tagliato nastri su edifici restaurati, ignorando ciò che fa una città viva: lavoro, legami, servizi, partecipazione. Le pietre si rimettono in piedi con i fondi; le comunità si ricostruiscono con decisioni politiche che mettano le persone al centro.
Questo Paese si emoziona il 6 aprile e si dimentica il 7 aprile. Ricorda le vittime, evita però di affrontare la radice delle responsabilità. Parla di prevenzione durante la tragedia, poi torna al modello che genera vulnerabilità. Investire nell’emergenza appare più facile della programmazione, perché l’emergenza giustifica lentezze, ritardi, centralismo. La memoria dell’Aquila, qui su ControSud, deve diventare una denuncia che riguarda l’Italia intera: ciò che accade quando lo Stato interviene dall’alto, senza ascoltare chi vive i luoghi; ciò che accade quando la partecipazione diventa una parola d’ordine e non una pratica; ciò che accade quando i cantieri diventano vetrina invece di strumento di rinascita.
L’Aquila è arrivata a metà strada della propria rinascita, e questa condizione deriva dalla scarsa attenzione dedicata alla ricostruzione sociale rispetto a quella edilizia. Oggi la città ci ricorda che il futuro esiste solo quando i giovani restano, quando i quartieri tornano a vivere, quando i servizi raggiungono la qualità dovuta, quando la politica abbandona l’autocelebrazione e affronta le mancanze ancora evidenti.
Le cicatrici dell’Aquila non devono venire coperte con facciate nuove; devono continuare a parlare, perché mostrano un Paese che fatica a valorizzare i territori che non gravitano attorno ai centri di potere. Da queste ferite nasce la lezione più urgente: ricostruire deve diventare un atto politico profondo, una rivoluzione nel modo di pensare lo Stato e i territori. Serve uno Stato che arrivi in tempo, che rifiuti la propaganda, che riconosca la partecipazione come fondamento della giustizia territoriale. Serve la forza collettiva di chi rifiuta l’idea di territori di serie A e territori di serie B.
Su ControSud questo messaggio risuona con forza: la ricostruzione autentica parte dalle persone, dai loro diritti, dal legame con la propria terra. Le pietre rinascono solo quando rinascono le comunità.

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