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Qui Sud: cronaca di una tempesta annunciata

 

Di Mario Garofalo 

Qui Sud.

Nulla a che fare con un bollettino meteo, è una radiografia politica.

È arrivata la tempesta. Ha preso la Calabria, ha preso la Sicilia, e ha fatto quello che fa sempre: ha mostrato quanto valgono le nostre vite nella classifica nazionale delle priorità. Poco. Quasi niente. Una notizia di passaggio, due immagini drammatiche, poi via, si cambia canale.

Il mare entra nelle case, le strade si spezzano, i treni si fermano. Ma tranquilli: non è un problema serio, succede al Sud. Qui le catastrofi sono tradizionali, come le feste patronali. Tornano ogni anno, sempre uguali, sempre più violente, sempre più ignorate.

Ci raccontano che è colpa del clima, della pioggia, del vento. Mai colpa di chi ha lasciato le coste senza difese, le colline senza manutenzione, i paesi senza infrastrutture. Mai colpa di chi governa da lontano e considera questi territori un fastidio geografico, una spesa inutile, un serbatoio di voti quando serve e di silenzio quando conviene.

Il Sud non è fragile. È reso fragile.

È una differenza che in televisione non spiegano, perché spiegare significa accusare. E accusare significa fare nomi, parlare di fondi spostati, di emergenze mai prevenute, di miliardi promessi e poi spariti in altri capitoli di bilancio.

Intanto, mentre qui si spalano fango e macerie, a Roma si fa finta di niente. Nessuna voce forte, nessuna assunzione di responsabilità. Il silenzio è la risposta più onesta che questo potere sa dare: non ci riguarda, arrangiatevi.

È sempre stato così. Il Sud come terra di sacrificio. Sacrificare le coste, sacrificare i territori, sacrificare la sicurezza in nome di un'idea di sviluppo che passa sempre altrove. E quando qualcuno protesta, gli dicono che è polemico, che divide il Paese, che fa vittimismo.

Ma qui non c'è vittimismo.

C'è rabbia lucida. C'è memoria. C'è la consapevolezza che ogni tempesta è un referendum non dichiarato sullo stato della democrazia. E il risultato è sempre lo stesso: bocciata.

Questa non è una calamità naturale.

È una calamità politica con premeditazione.

E finché il Sud resterà una periferia mentale prima ancora che geografica, finché le sue ferite saranno considerate rumore di fondo, continueranno a chiamare “maltempo” ciò che invece è ingiustizia strutturale.

Qui Sud.

La tempesta è passata.

L'indifferenza, purtroppo, no.



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