Di Mario Garofalo
Quando il Sud viene raccontato, raramente viene spiegato; più spesso viene giudicato. La scuola diventa uno degli strumenti privilegiati di questa operazione: un luogo simbolico, riconosciuto da tutti, dove si può esercitare il potere senza nominarlo. Attraverso la narrazione della crisi educativa si costruisce un’accusa collettiva che assolve chi governa e condanna chi subisce.
Il messaggio meridionale è chiaro: se la scuola fatica, la colpa è dei suoi lavoratori, della loro presunta inadeguatezza, di un deficit culturale che sembra naturale. In questa rappresentazione spariscono i tagli, le scelte politiche, la distribuzione diseguale delle risorse. Resta il carattere, trasformato in colpa, mentre la storia viene ignorata.
Questa operazione segue una logica precisa: trasformare una questione strutturale in un problema morale permette di neutralizzare ogni conflitto. Se il Sud è inefficiente per natura, allora ogni intervento punitivo appare giustificato, ogni commissariamento diventa necessario, ogni differenza di trattamento si traveste da meritocrazia. Il dominio si presenta come pedagogia.
La scuola, da luogo di emancipazione, viene così ridotta a dispositivo di normalizzazione. Non serve più a formare coscienza critica, bensì ad adattare i soggetti a un modello già deciso altrove. Chi si conforma viene premiato; chi resiste viene descritto come ostacolare il progresso. È una pedagogia coloniale, aggiornata al linguaggio della modernità.
ControSud nasce per rompere questa narrazione, per ricordare che il Mezzogiorno rappresenta una questione politica irrisolta, non un difetto antropologico. Le difficoltà della scuola affondano le radici in decenni di politiche asimmetriche, di spoliazione silenziosa, di centralismo travestito da autonomia. Parlare di responsabilità individuale senza considerare i rapporti di forza significa fare propaganda.
Difendere la scuola del Sud significa difendere il diritto a comprendere la propria condizione storica. Significa rifiutare l’idea di dover essere rieducati per meritare ciò che spetta. Significa rivendicare la possibilità di pensare, organizzarsi, confliggere. Ogni altra lettura serve solo a perpetuare la subordinazione.
La battaglia culturale passa anche da qui: smascherare le narrazioni che producono consenso e costruire un discorso capace di restituire dignità politica a un territorio trattato troppo spesso come un problema da correggere. Senza questa consapevolezza, la scuola resterà una frontiera del dominio; con essa, può tornare a essere uno spazio di liberazione.

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