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Il ritorno dell’arroganza imperiale

di Mario Garofalo

Ogni volta che il potere globale scricchiola, riaffiora il suo volto più sincero. Spariscono i discorsi sui diritti, evaporano le lezioni di democrazia, resta la forza nuda. È il riflesso automatico di un sistema che rifiuta perdere il controllo, soprattutto quando in gioco ci sono risorse, posizionamenti strategici e gerarchie geopolitiche.

Il mondo occidentale attraversa una crisi profonda, economica prima ancora che politica. Come spesso accade nella storia degli imperi, la risposta evita l’autocritica e si concentra sull’esternalizzazione della violenza. I conflitti si combattono ai margini, nei Sud del pianeta, considerati ancora una volta territori disponibili, sacrificabili, negoziabili.

In questo scenario, l’ipocrisia europea raggiunge livelli imbarazzanti. Governi che si proclamano paladini del diritto internazionale restano afoni quando l’aggressione proviene da attori non ufficiali. L’Italia, in particolare, conferma la propria irrilevanza politica, accettando una postura subalterna che la riduce a semplice terminale delle decisioni prese altrove. Nessuna voce autonoma, nessuna difesa reale della pace, solo obbedienza.

Un principio continua a essere sistematicamente calpestato: i popoli hanno diritto alla propria autodeterminazione. Nessuna potenza straniera può decidere chi governa un Paese, né imporre cambiamenti con la minaccia militare. Se esistono conflitti interni, contraddizioni, crisi di legittimità, la soluzione emerge dalla politica e dal dialogo, non dai bombardamenti o dai blocchi armati. Tutto il resto rientra nel colonialismo, aggiornato al linguaggio del XXI secolo.

La comunità internazionale assiste, commenta, esprime “preoccupazione”, mentre il costo umano cresce e la violenza diventa normalità. Navi colpite, civili coinvolti, economie strangolate: sono i danni collaterali di un ordine mondiale basato sempre meno sul consenso e sempre più sulla coercizione.

Il punto riguarda lo schema di potere, non il singolo leader o la singola amministrazione. Le figure cambiano, lo schema persiste. La brutalità esplicita di certe scelte rende visibile ciò che prima veniva mascherato da diplomazia. L’impero ha smesso di fingere, non di essere aggressivo.

Per chi vive nei Sud – geografici, economici, politici – questa dinamica rappresenta una memoria viva. È la continuità di un rapporto di dominio che muta forma senza alterare la sostanza. Coinvolge anche il Sud interno all’Europa, da sempre trattato come periferia da disciplinare, mai come soggetto da ascoltare.

Rompere questo schema richiede rifiutare la narrazione unica, smascherare il doppio standard, ricostruire un pensiero critico capace di stare dalla parte dei popoli piuttosto che delle potenze. Quando l’arroganza imperiale riaffiora, il silenzio equivale a complicità.


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