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Il brigantaggio come rivolta di classe: l’interpretazione sociale di Giuseppe Govone

 


Di Mario Garofalo 

Sul brigantaggio si è scritto molto e si continua a scriverne ancora oggi. Tuttavia, per lungo tempo questo fenomeno è stato letto in modo profondamente riduttivo: come semplice criminalità diffusa oppure come tentativo reazionario di restaurazione borbonica. Entrambe queste interpretazioni risultano inadeguate e incapaci di cogliere la reale natura del problema. Il brigantaggio fu, prima di tutto, una rivolta sociale e di classe, radicata nelle condizioni materiali del Mezzogiorno postunitario.

Già il termine stesso di “brigantaggio” rivela questa distorsione interpretativa. Si tratta infatti di una categoria di importazione, utilizzata inizialmente dai francesi e poi ripresa dall’amministrazione piemontese per indicare in modo indistinto fenomeni molto diversi tra loro: reati comuni, ribellioni contadine, rivolte sociali, difese armate del territorio. Una definizione volutamente semplificatoria e criminalizzante, utile a negare qualsiasi legittimità politica e sociale alle rivolte dei contadini meridionali.

Il nuovo Stato unitario, per poter governare e controllare il Mezzogiorno, scelse di allearsi con la nobiltà locale e con i grandi proprietari terrieri, cioè con coloro che detenevano il controllo quasi assoluto delle terre. In questo contesto, riconoscere il brigantaggio come rivolta sociale avrebbe significato mettere in discussione l’intero assetto agrario fondato sul latifondo e sullo sfruttamento del proletariato rurale. Per questo motivo, le insorgenze contadine vennero sistematicamente ridotte a criminalità.

È proprio in questo quadro che assume particolare rilievo l’analisi del generale Giuseppe Govone. Militare rigoroso e uomo dell’apparato repressivo dello Stato unitario, noto per i suoi metodi sbrigativi, duri e spesso spietati, Govone fu inviato nel Mezzogiorno con l’incarico di reprimere il brigantaggio e di valutarne le cause direttamente sul campo. Nei suoi rapporti ufficiali, oggi conservati presso il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino, egli sviluppò una lettura del fenomeno di notevole lucidità.

Pur appartenendo allo schieramento che aveva militarmente occupato il Sud, Govone fu tra i primi a mettere in discussione l’interpretazione del brigantaggio come semplice devianza criminale. Al contrario, individuò con chiarezza le sue radici sociali. Secondo Govone, la spiegazione del brigantaggio va ricercata direttamente nelle condizioni materiali di vita del proletariato meridionale. Nei suoi rapporti utilizza parole durissime, ma estremamente realistiche: questi lavoratori non guadagnano che pochi grani; per una parte dell’anno morirebbero di fame se non rubassero. La fame e la miseria sono la prima delle piaghe che affliggono il proletariato napoletano.

Alla fame si aggiunge, secondo Govone, l’assenza quasi totale di tutela contro la prepotenza dei proprietari e delle autorità locali. Il proletariato rurale è vittima di continue ingiustizie e non trova alcuno schermo contro gli abusi. In una simile condizione, scrive Govone, non vi è nulla di sorprendente nel fatto che esso si rivolti contro la società e le dichiari guerra, cercando nella propria forza quell’equità che gli viene negata.

Questa analisi colloca Govone tra quei pochi osservatori che seppero cogliere il brigantaggio per ciò che realmente fu: non un fenomeno criminale fine a se stesso, né una ribellione dinastica, ma una risposta violenta a una condizione strutturale di oppressione sociale. Il brigantaggio, nella sua lettura, nasce dalla miseria, dallo sfruttamento e dall’assenza di giustizia, non da nostalgie borboniche.

È dunque alla condizione del proletariato napoletano e meridionale che va attribuita, in larga misura, l’origine del fenomeno brigantesco. L’interpretazione di Govone conferma pienamente la tesi del brigantaggio come rivolta di classe, fondata su solide basi storiche e sociali. Per questo motivo è possibile affermare con chiarezza che il brigantaggio non fu una protesta per amore verso la dinastia borbonica, né un tentativo di restaurazione monarchica, ma una lotta per la sopravvivenza e per la giustizia sociale, portata avanti da contadini che costituivano oltre il 70% della popolazione del Mezzogiorno e ai quali era stata storicamente negata ogni forma di equità economica e sociale.

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