di Mario Garofalo
Se oggi Antonio Gramsci potesse ancora intervenire nel dibattito pubblico, difficilmente lo farebbe per celebrare una ricorrenza. La sua attenzione sarebbe rivolta piuttosto a smascherare una continuità storica. Le date appartengono ai rituali civili; il pensiero critico, nella sua prospettiva, appartiene alla lotta. E la lotta, nel Mezzogiorno d'Italia, risulta tuttora aperta.
Nei Quaderni del carcere e negli scritti politici precedenti, Gramsci definì lo Stato italiano come una dittatura feroce, capace di mettere a ferro e fuoco il Sud e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare con il marchio di briganti. Tale giudizio derivava da una constatazione storica, priva di intenti provocatori. Il Risorgimento, nella sua analisi, appare come una conquista coloniale interna, condotta in nome della civiltà e realizzata attraverso i mezzi della guerra, piuttosto che come una redenzione nazionale.
L'aspetto che rende questa analisi ancora più attuale risiede nel fatto che, a oltre un secolo di distanza, quella violenza continua a produrre effetti ideologici. Alla repressione militare si è sostituita una repressione culturale più sottile e più efficace. Alla fucilazione sono subentrate la mistificazione e la rimozione; alla censura palese, il consenso organizzato.
Gramsci individuò con precisione il ruolo degli intellettuali all'interno di questo processo. L'informazione in Italia resta in larga parte nelle mani di nuovi scrittori salariati. Essi hanno abbandonato la divisa dell'intellettuale di regime ottocentesco per assumere quella, più elegante, del commentatore neutrale, dello storico “scientifico”, del giornalista imparziale. Continuano a raccontare il Sud come problema, mai come soggetto; come ritardo, mai come espropriazione; come colpa, mai come esito di un rapporto di forza.
Qui si colloca il nucleo della questione meridionale secondo Gramsci: una costruzione politica e culturale, anziché una differenza naturale. L'egemonia si esercita attraverso le leggi e l'esercito, e ancor più mediante la scuola, la stampa, il linguaggio comune. Il controllo del racconto del passato determina anche l'orizzonte del possibile nel presente.
La figura del brigante, ieri come oggi, viene trattata come un mito negativo da utilizzare, anziché come un fenomeno storico da comprendere. In origine servì a giustificare lo stato d'assedio; oggi legittima l'abbandono, la marginalità, l'idea che il Sud deve restare eternamente rieducato, commissariato, spiegato a se stesso da altri.
Per questo, nella prospettiva gramsciana, il lavoro di controinformazione assume il carattere di una funzione politica, oltre che culturale. Decostruire il racconto ufficiale del Risorgimento significa incrinare il senso comune che ancora regge i rapporti di dominio interni allo Stato italiano. Significa ripristinare la dignità storica ai vinti e, così facendo, aprire lo spazio per una nuova coscienza collettiva.
L'emancipazione richiede una battaglia culturale. La verità emerge attraverso il conflitto. La giustizia resta irraggiungibile finché gli scrittori salariati continueranno a parlare a nome di chi non hanno mai rappresentato.
La storia, per Gramsci, resta un terreno di scontro permanente. E il Sud, ieri come oggi, continua a costituire uno dei suoi campi decisivi.

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