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La questione della terra e la condizione del contadino povero




Di Mario Garofalo 

Alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, in Italia, la questione agraria rappresentava uno dei nodi più complessi della vita politica e sociale. Nelle campagne, soprattutto nel Mezzogiorno, gran parte della popolazione contadina viveva in condizioni di estrema miseria: piccole proprietà insufficienti, latifondi incolti o mal coltivati, mancanza di strumenti, credito e infrastrutture. In questo contesto, l’illusione della “terra facile” – quella che si poteva occupare e lavorare senza mediazioni – assumeva un significato particolare. Molti contadini poveri speravano di conquistare autonomia occupando un terreno, mentre in realtà si scontravano con un sistema sociale ed economico che li lasciava soli, privi di mezzi, esposti a malattie e usura.

È da questa realtà concreta che nascono le tensioni tra ribellione immediata e costruzione di una coscienza politica collettiva. Solo distinguendo un gesto impulsivo da una trasformazione storica si può capire perché l’atto dell’invasione, da solo, resta insufficiente a produrre rivoluzione e spesso si riduce a violenza disperata.

Il contadino povero che invade la terra incolta appare, a un primo sguardo, come una figura eroica: rompe l’ordine costituito e reclama ciò che la società gli ha negato. Questa immagine risulta ingannevole se confrontata con le condizioni materiali reali. Senza strumenti, credito, una casa, cooperazione e protezione sanitaria, la terra resta un peso insormontabile. Il possesso non si trasforma automaticamente in emancipazione e diventa forza ostile che consuma corpo e spirito.

Qui emerge il nodo centrale: l’illusione che il possesso formale di un bene trasformi automaticamente in potere reale. Il contadino crede di diventare proprietario, resta subalterno perché la proprietà senza mezzi tecnici, organizzazione collettiva e reti solidali costituisce una finzione giuridica e una trappola economica. Il mercato, l’usura, la malaria, l’isolamento sociale ricostruiscono la catena che l’atto iniziale sembrava spezzare.

In questo scarto tra aspettativa e realtà nasce la tragedia politica. Quando la fatica non produce frutto, quando il tempo si ripete in giorni identici, quando la solitudine diventa quotidiana, la coscienza non si eleva e si spezza. L’energia che potrebbe essere storica e collettiva si degrada in rabbia individuale. Così il contadino resta individuo ferito, reagendo violentemente all’ordine vecchio senza superarlo.

È essenziale distinguere tra ribellismo e rivoluzione. Il ribellismo è immediato, impulsivo, privo di progetto; nasce dalla sofferenza e non la comprende fino in fondo. La rivoluzione richiede mediazioni: organizzazione, disciplina, pazienza, istituzioni nuove che crescono dentro e contro le vecchie. Senza queste, la violenza resta risposta disperata, che il potere può reprimere o assorbire senza essere scosso.

Il contadino isolato incarna la condizione della classe subalterna lasciata a se stessa: priva di strumenti di mediazione, di intellettuali organici, di visione complessiva. La sua lotta resta economica e per questo è destinata alla sconfitta o alla degenerazione. Il coraggio c’è, manca l’organizzazione che trasforma il coraggio in forza durevole.

La questione riguarda i limiti strutturali dell’invasione delle terre. Senza cooperative che socializzino rischio e prodotto, senza credito che spezzi la dipendenza dall’usura, senza abitazioni e servizi che rendano umano il lavoro, senza strategie comuni, ogni gesto resta prigioniero dell’immediatezza. L’immediatezza è il terreno su cui la miseria si riproduce.

La liberazione nasce da un lungo lavoro di costruzione collettiva, in cui le classi subalterne imparano a vedersi come soggetti capaci di dirigere la società. Solo allora la terra smette di essere condanna e diventa base materiale di una nuova civiltà: soddisfazione di bisogni immediati si trasforma in fondamento concreto di un progetto storico più vasto.








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