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Il fascismo come rivelatore della questione meridionale

 

Di Mario Garofalo 

Pensare il Mezzogiorno significa anzitutto sottrarlo a quelle narrazioni che lo rappresentano come residuo, come eccezione, come ritardo naturale rispetto a un presunto sviluppo normale della nazione. Una simile rappresentazione è significativa e ingannevole: essa traduce un rapporto storico e politico in una condizione quasi antropologica, sottraendolo così alla critica. Per comprendere realmente la questione meridionale, conviene partire dalle origini mitizzate dello Stato unitario, da uno dei momenti in cui il suo carattere di classe emerge con maggiore nettezza: il fascismo e la sua fine. Il regime costituisce una frattura assoluta, perché concentra e rende visibili processi che nella storia italiana operano spesso in modo frammentario, molecolare, difficilmente riconoscibile.

Il fascismo nasce contro lo Stato liberale, a causa della sua incapacità di costruire una vera egemonia. Dove la direzione intellettuale e morale sulle masse è debole o inesistente, il potere sostituisce la direzione con la forza organizzata e con forme di integrazione autoritaria. Il Mezzogiorno rappresenta, da questo punto di vista, un terreno in cui tale verità si manifesta senza mediazioni. Qui la società civile è storicamente fragile, disarticolata e priva di organismi collettivi capaci di tradurre il conflitto sociale in coscienza politica stabile. Il regime conquista un consenso nuovo su rapporti già fondati sull’esclusione; integra senza emancipare e sorveglia senza dirigere. La dittatura si innesta su rapporti sociali profondamente sbilanciati e li irrigidisce, trasformandoli in sistema.

La violenza fascista nel Mezzogiorno rappresenta una pedagogia negativa, oltre la semplice repressione politica. Essa elimina gli oppositori e impedisce la formazione stessa di una volontà collettiva autonoma. Disarticolando ogni forma di organizzazione, il regime educa alla passività, alla delega e all’idea che la politica sia sempre qualcosa che viene dall’alto. Il Mezzogiorno viene modernizzato: viene reso silenzioso. Continua a svolgere la funzione di periferia interna, di spazio subordinato alle decisioni prese altrove, di riserva da amministrare. In questo senso, il fascismo porta a compimento la questione meridionale in forma autoritaria, rendendone esplicita e durevole la natura politica e fissandola come problema di governo.

La caduta del regime apre una fase nuova, senza che si produca automaticamente una trasformazione dei rapporti di forza. Le lotte contadine del dopoguerra mostrano con chiarezza che le classi subalterne meridionali sono una forza sociale attiva, capace di esprimere bisogni, rivendicazioni e una domanda di partecipazione che avrebbe potuto costituire la base di un diverso assetto nazionale. Tuttavia, questa spinta trova solo parziale traduzione politica. Manca un blocco storico capace di unificare quelle energie in un progetto egemonico; le lotte restano parziali, territorialmente circoscritte, separate dal movimento operaio e quindi facilmente riassorbibili. Il problema principale riguarda l’assenza di una direzione capace di generalizzare il conflitto.

La Repubblica nasce così sotto il segno di una continuità profonda. Mutano le forme istituzionali, ma la funzione del Mezzogiorno all’interno dello Stato resta determinante. La grande proprietà terriera come classe dominante entra progressivamente in crisi, e il suo ruolo di mediazione e controllo viene assunto dallo Stato e dai partiti di governo. Si afferma una nuova tecnica di dominio, meno apertamente coercitiva, fondata sull’organizzazione del consenso attraverso l’intermediazione, la dipendenza e la distribuzione selettiva delle risorse. Il Mezzogiorno diventa il terreno privilegiato di questa politica, che include le masse come beneficiarie e partecipanti in forma passiva e governa il bisogno costruendo adesione con limitata autonomia.

Il cosiddetto clientelismo, spesso descritto come degenerazione morale o anomalia meridionale, va compreso come la forma politica assunta dalla subordinazione in assenza di autonomia sociale. Dove mancano organismi collettivi capaci di esprimere interessi generali, il rapporto con lo Stato rimane mediato. Si produce consenso senza vera egemonia, integrazione senza direzione intellettuale e morale. In questo senso, il clientelismo costituisce un fenomeno moderno, il prodotto di uno sviluppo che ha incluso le masse in modo subordinato, neutralizzandone la capacità di iniziativa.

A partire da qui, lo sguardo può arretrare e investire l’intera vicenda nazionale. Il Risorgimento appare come una soluzione elitaria, una unificazione senza popolo, che ha reso strutturale la frattura tra Stato e masse. Il Mezzogiorno è stato integrato come problema da gestire e non come soggetto da coinvolgere in un progetto comune. Da questa esclusione originaria discendono le forme successive del dominio, che mutano nel tempo e conservano una medesima logica: la separazione tra direzione politica e partecipazione popolare.

Continuare a parlare di arretratezza significa occultare questa storia, trasformare un rapporto di forza in un destino. La questione meridionale si manifesta come problema eminentemente politico, non geografico né antropologico. Essa riguarda il modo in cui si costruiscono le alleanze sociali, il tipo di Stato che ne deriva e la capacità di una classe dirigente di farsi nazionale. Finché il Sud resterà privo di una funzione attiva in un progetto egemonico complessivo, continuerà a essere amministrato, integrato e decisivo solo come riserva di consenso. La battaglia sul Mezzogiorno è innanzitutto culturale: una lotta contro il senso comune che giustifica la subordinazione, finalizzata alla formazione di intellettuali capaci di leggere la storia dal punto di vista dei subalterni e organizzare quella lettura in volontà collettiva. Solo così il Mezzogiorno potrà cessare di essere oggetto della storia e diventare soggetto, come necessità politica per l’intera nazione, non come rivendicazione identitaria separata.



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