Scrivo queste righe da cittadino che interroga la storia come si interroga una coscienza inquieta. Ogni nazione nasce due volte: una nei fatti, l’altra nel racconto che decide di fare di quei fatti. L’Italia, nel suo divenire unitario, ha scelto troppo spesso una narrazione rassicurante, lineare, pedagogica. La storia reale, quella vissuta dalle classi subalterne, procede invece per strappi, ferite, contraddizioni. Il libro di Valentino Romano dedicato a Filomena – donna del Sud, donna del popolo, donna armata e poi semplicemente donna – si colloca esattamente in questa frattura.
Filomena sfugge all’eroina da monumento come alla criminale da archivio giudiziario. Si presenta piuttosto come figura storica nel senso più profondo: punto di condensazione di forze sociali, conflitti irrisolti, violenze strutturali che il nuovo Stato nazionale seppe difficilmente, e spesso volutamente, comprendere. Attorno al suo nome si addensarono paura e desiderio, mito e demonizzazione. Questo accade ogni volta che le masse subalterne irrompono nella storia senza chiedere legittimazione.
Il merito decisivo del lavoro di Romano risiede in un’operazione più ardua del semplice rovesciamento di una mitologia: restituire umanità là dove la storiografia ufficiale aveva imposto categorie morali rigide, funzionali al potere. Le donne del brigantaggio – Filomena fra esse – vennero rappresentate come eccezioni mostruose, deviazioni dalla norma. In realtà furono prodotti coerenti di un ordine sociale spezzato, di un processo di unificazione che, per molti territori e molte vite, si tradusse in conquista militare e disciplinamento forzato.
Indagare il “prima” e il “dopo” della vita di Filomena significa rompere la gabbia dell’evento e riconoscere la continuità dell’esistenza. Significa ammettere che una donna poteva impugnare un fucile e, in seguito, cercare una vita ordinaria; che la ribellione convive con il desiderio di normalità, così come la normalità convive con la memoria della violenza subita. Qui la storia cessa di essere tribunale e torna a essere comprensione critica.
In questo lavoro emerge una lezione che supera il caso specifico. Le classi dirigenti di ieri costruirono l’Italia senza vera egemonia, affidandosi alla forza più che al consenso. Le conseguenze di quella scelta pesano ancora sul presente. Figure come Filomena ricordano che l’unità nazionale risultò, per molti, un’esperienza di perdita prima ancora che di promessa.
Ricordare queste donne oggi significa evitare sia la sostituzione di un mito con un altro sia l’indulgenza in nostalgie o contrapposizioni sterili. Significa accettare che la storia d’Italia include anche voci marginali, destini laterali, esistenze escluse dal canone ufficiale del progresso. Senza questa consapevolezza, ogni celebrazione resta retorica e ogni identità nazionale rimane fragile.
Filomena diventa così una domanda rivolta al presente: chi racconta la storia, con quale linguaggio, a beneficio di chi? Finché queste domande restano aperte, libri come quello di Valentino Romano assumono il valore di atti civili. La storia, finalmente, smette di essere monologo dei vincitori e torna a farsi dialogo con la verità.

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