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Il Risorgimento senza rivoluzione: la lezione di Mario Garofalo


Di Valentino Romano

Gli interrogativi che fanno da incipit a questo saggio di Mario Garofalo sono fulminanti e da soli fanno giustizia di ogni errata interpretazione degli scopi e delle finalità che ne sono il motore principale: “Cos’è una nazione, se non la narrazione che essa fa di se stessa? E che cosa diventa questa narrazione quando dimentica, quanto tace, quando rimuove?”

Interrogativi questi che, pesanti come macigni e, se vogliamo, anche decisi nei toni ma pacati nella loro dimensione critica e scientifica, muovono alla riflessione di chi non si accontenta di una superficiale e partigiana narrazione oleografica dei processi che segnarono il compimento degli ideali risorgimentali; una riflessione che scava nei limiti taciuti, rimossi e dimenticati degli accadimenti che concretamente segnarono il nascere della Nuova Italia, una riflessione che stimola a guardare all’altra faccia del processo risorgimentale, a quella di chi – in particolare le classi subalterne meridionali – ne restò fuori. E la prospettiva da cui essa parte non è certamente quella di chi (in verità, e per fortuna, assai pochi anche se folcloristicamente rumorosi) rinnega l’intero processo unitario: è la prospettiva di chi s’interroga criticamente sui suoi obiettivi limiti, su ciò che poteva e doveva essere e che non è stato, su ciò che è stato e non doveva essere; è la prospettiva di chi certamente non vuole rinfocolare antistoriche divisioni o rinverdire patetiche nostalgie. Interrogarsi, discuterne, confrontarsi su tutto questo è “bisogno civile” di conoscere il passato e le sue dinamiche, anche quelle più nascoste, per capire meglio, e quindi superare, quelle di oggi. “Noi dobbiamo studiare il Risorgimento – scriveva Carlo Rosselli, firmandosi Curzio nei Quaderni di Giustizia e Libertà – ancora conoscerlo e studiarlo. Contro il Risorgimento ufficiale, scolastico, piemontese; per il Risorgimento popolare, rivoluzionario, ignoto ancora a troppi, strappando gli interessati veli della storiografia ufficiale …”  

Questo significa essere “contro tutto il Risorgimento”? Assolutamente no! Significa, semmai, avere la capacità di distinguere tra le profonde e condivisibili idealità di indipendenza e unità nazionali che ne erano alla base e l’esproprio di queste che ne fece la borghesia sabauda e moderata; significa interrogarsi se, parallelamente al raggiungimento dell’unificazione si sia accompagnato o meno il tentativo di risolvere la questione sociale, nel frattempo divenuta “questione meridionale” e, infine, come scrive Garofalo, “problema meridionale”.

Amaro ma lucido è, a tal proposito, il commento di Nicola Chiaromonte, sempre nei Quaderni di G.e L.:

“…Gridando «Italia, Italia si dimentica di abolire il latifondo, di occuparsi della questione sociale, di badare alle garanzie legali di una vera libertà (tribunali indipendenti, poteri di polizia, autonomie provinciali ecc) e si finisce col costringere le masse depauperate del popolo italiano a fuggire come emigrati dall’«Italia libera» 

Ecco, dunque, la ratio e, insieme, l’utilità del lavoro di Mario Garofalo. La speranza è che ne possa nascere, anche attraverso le nostre riviste (Quaderni Meridionali e Meridione/Meridiani. I Sud oltre il Sud) un dibattito proficuo e sereno che arricchirà sicuramente tutti.

“Questo saggio – spiega allora il suo autore – nasce dal bisogno, civile prima anche che storiografico, di riaprire il dossier Risorgimento e interrogarlo, non con deferenza, ma con urgenza critica”.

A dire il vero, già la ricorrenza, ormai datata, del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia aveva, in qualche modo, riacceso i riflettori su questo dossier, ma il dibattito (favorito anche da certa puntuale pubblicistica “di pancia”) che allora ne scaturì poi finì con l’immiserirsi – in prevalenza sugli emergenti social – in un tifo da stadio, con relativi toni e cori tra curve contrapposte; e, tuttavia, quel dibattito ebbe il merito di spingere anche l’Accademia e che ha nel ‘ufficiale – fino ad allora prevalentemente arroccata su una mono e il litica retorica patriottarda – a ripensare laicamente alle forme del concretarsi, soprattutto nel Meridione, del raggiungimento dell’ideale risorgimentale.

Di tale ripensamento critico, affatto figlio di inconcludenti pulsioni revansciste, si fa oggi interprete Garofalo con questo informato lavoro: le domande che in forma retorica pone al lettore sono un invito all’analisi non emotiva dei fatti, alla riflessione sulle motivazioni profonde che quei fatti hanno determinato; ma sono anche il frutto di profondi approfondimenti sui risultati di quello sforzo intellettuale, civile e politico che ha visto impegnati in prima linea i più grandi intellettuali italiani in genere e meridionali in particolari.

L’autore, da meridionalista convinto e documentato qual è, si pone (e pone al lettore) la domanda che tutte le altre contiene e racchiude: alla fine del processo di unificazione nazionale, compimento del Risorgimento, “chi ne resta fuori”? Sta nella risposta la chiave di volta per comprendere i limiti oggettivi di quel processo: a restarne fuori sono le classi subalterne che, non comprendendolo e di, conseguenza, contrastandolo, ad esso si opposero anche nelle forme esasperate della ribellione sociale che tutti conosciamo ed etichettiamo semplicisticamente come “grande brigantaggio”. E uno dei maggiori limiti del “Risorgimento a Sud” sta proprio nel mancato coinvolgimento del proletariato meridionale che, di fatto, al compimento dell’Unità rimase del tutto estraneo, marginalizzato, espulso da ogni processo formativo della Nuova Italia, negato ad ogni rappresentanza politica locale e nazionale che fosse: lo scontro che ne derivò non fu soltanto militare ma anche e, soprattutto, antropologico tra due mondi diversi, quello preindustriale che irrompeva e quello contadino fermo nella sua immobilità: entrati traumaticamente in contatto, queste due diverse antropologie divennero immediatamente confliggenti. Ad esempio, Italo Calvino in una delle più riuscite riedizioni del Cristo di Levi, riprendendo il concetto di “compresenza dei tempi” caro a Carlo Levi e mettendo a confronto i due mondi, parla di “un mondo diverso che ruota nel suo tempo diverso, in un'altra dimensione dal nostro, da noi che seguiamo il tempo dei conta chilometri e delle rotative dei quotidiani” 

Ma l’“unificatore” scese a Sud, non tenendo in conto alcuno questa diversità, anzi la contrabbandò come “inferiorità” e, in conseguenza di tanto, si comportò – spiace doverlo rimarcare – come “colonizzatore”, a tal punto da far dire, proprio a Carlo Levi che “Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo”. Da qui, anche da qui, l’ostilità delle classi subalterne tutte ed in particolare di quelle agrarie, prevalenti per consistenza rispetto alle altre. 

Per Mario Garofalo (ma non solo per lui) è valida e applicabile la definizione gramsciana di “rivoluzione senza rivoluzione”. Si potrebbe allora dire, parafrasando un concetto espresso da Rosselli che dal Risorgimento ci si aspettava una rivoluzione sociale e che ci si trovò, invece, nel Risorgimento di fronte a una riforma borghese. 

Mi piace infine, evidenziare un aspetto intrigante del lavoro di Mario: l’approccio a tematiche multidisciplinari, a diversi autori specializzati. La questione dell’egemonia (Gramsci), l’incompiutezza linguistica (De Mauro), il carattere immaginato delle comunità nazionali (Anderson), le indagini storiche (Banti, Miccoli, Moe ecc).

E l’approccio giusto per chi voglia saperne di più sul Risorgimento e sulla sua sostanziale incompiutezza.


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