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La discarica umana dell’Italia unita: il Sud da buttare nel Borneo


La discarica umana dell’Italia unita: il Sud da buttare nel Borneo

di Mario Garofalo 

L'Italia era appena “fatta” – con le virgolette – e già non sapeva che farsene della sua gente. O meglio: di quella gente. Troppa. Troppo povera. Troppo arrabbiata. E troppo meridionale.

Siamo nel 1862. I Savoia hanno messo le mani su un Paese che non conoscono, e il Sud, che loro chiamano “conquistato”, continua a ribellarsi. Altro che briganti: erano ex soldati borbonici, contadini senza più terra, patrioti di un'altra patria. Ma per il nuovo Stato erano solo un problema da eliminare.

Le carceri? Piene. I tribunali? Non fanno in tempo. Le prigioni non bastano. Che si fa?

Si pensa a una genialata all'italiana: deportare la “feccia” lontano, ma proprio lontano. Nell'Asia. Nel Borneo.

Sì, proprio così. Un governo che non riesce a governare decide di buttare la spazzatura sotto il tappeto del mondo. Via i condannati. Via i Briganti. Via gli oppositori. Via tutti quelli che non si inginocchiano alla nuova bandiera.

Ci provano davvero. Spediscono prima un esploratore, Cerruti, ma quello sogna più gloria personale che soluzioni concrete. Allora tocca al capitano Racchia, uno che il mare lo conosce e non si fa troppe domande. Gli danno una nave, la Principessa Clotilde, e un ordine chiaro: trovaci un posto per la nostra immondizia umana.

Arriva nel Borneo. Parla col sultano del Brunei. L'isola di Gaya è lì, pronta. Basta pagare. Ma serve anche il via libera degli inglesi, che in zona comandano più del sultano. E gli inglesi, quando scoprono l'affare (grazie a un articolo sul Times), dicono di no. Non vogliono italiani col vizio dell'improvvisazione alle porte del loro impero.

Il progetto salta. Ma mica si arrendono. Nel 1873 ci riprovano. Racchia torna con un'altra nave, la Governolo. Altra missione, stesso fallimento. Gli italiani tornano a casa con le tasche vuote e qualche febbre tropicale.

Fine del sogno malese. Ma anche inizio di una storia che nessuno racconta. Perché fa maschio. Fa male sapere che appena fatta l'Italia, si cercava un modo per liberare degli italiani scomodi. Di quelli del Sud, soprattutto.

Fa male sapere che l'Unità si costruì anche così: con l'idea di spedire via chi non si voleva integrare, o chi non si piegava.

Una colonia penale italiana nel Borneo non ci fu mai. Ma il solo pensiero che fu messa su carta, discussa nei ministeri, trattata con ambasciatori, dice tutto. Dice che questa Italia non è nata da un sogno, ma da un'emergenza. E quando l'emergenza erano gli italiani del Sud, il piano era buttarli via.

Controsud racconta questa storia perché nessuno lo fa. E perché la storia, quella vera, non si cancella con l'oblio. Si combatte con la memoria.



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