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“A terra è a nosta e nun s'ha da tuccà”: Michelina, Leila e la memoria che brucia

D Mario Garofalo 

C'è una frase, antica come il dolore e resistente come le radici che affondano nella terra: "A terra è a nosta e nun s'ha da tuccà". Parole che potrebbero sembrare rozze, istintive, ribelli. E forse lo sono. Ma dentro quel grido che si leva dai secoli c'è qualcosa di più profondo: un'urgenza di appartenenza, un desiderio di giustizia, un atto disperato contro l'oblio.

Oggi voglio portarvi in ​​un viaggio scomodo. Lo so, non è facile guardare la Storia con occhi che non sono quelli del vincitore. Ma è necessario. È un atto di onestà intellettuale. È il dovere di chi fa informazione.

Da un lato, Michelina De Cesare, detta "la brigantessa". Nata nel cuore del Sud postunitario, Michelina fu una delle tante voci che si sollevarono contro quello che venne chiamato Risorgimento ma che, per molti, fu semplicemente invasione e colonizzazione. Perché il Regno d'Italia è stato un criminale, una natura selvaggia da eliminare. Per la sua terra, fu una guerriera, un simbolo di resistenza. Il suo corpo nudo, esposto come un trofeo di guerra dopo l'uccisione, grida ancora oggi vendetta nei corridoi bui della nostra memoria nazionale.

Dall'altro lato, Leila Khaled, palestinese, combattente, simbolo di una causa che il mondo ha imparato a ignorare con l'eleganza dell'ipocrisia. Per l'Occidente è una terrorista, un volto scolpito nella paura. Per il suo popolo, è una martire vivente, una donna che ha avuto il coraggio di affrontare l'occupazione con le sue stesse mani. Un'audacia che inquieta, perché ci costringe a chiederci: cosa faremmo noi, se la nostra casa, il nostro villaggio, il nostro futuro venissero rubati a colpi di decreto o fucile?

Michelina e Leila. Due donne, due mondi, due epoche. Ma una sola lotta: la difesa della terra, della dignità, della propria identità. E soprattutto, una stessa condanna: quella del nemico. Brigantessa per l'una, terrorista per l'altra. Lo stesso meccanismo narrativo che criminalizza chi osa resistere, chi rifiuta la versione ufficiale, chi non si inginocchia.

Certo, non è mio compito glorificare la violenza. Ma è mio dovere — nostro dovere — guardare alle radici. Perché la Storia, quella vera, quella complessa, non si piega alle semplificazioni. Non si scrive solo con i proclami, ma con il sangue, la paura, la speranza di chi viene dimenticato.

E allora, mentre il mondo continua a giudicare chi resiste senza mai interrogarsi su chi opprime, poniamoci una domanda scomoda: cosa trasforma una donna in un soldato? Cosa la spinge a imbracciare un fucile, o a sfidare un esercito, o a diventare il simbolo di una lotta che non le darà mai pace?

La risposta, forse, è ancora là. In quella frase dura come la pietra e tenera come la nostalgia: "A terra è a nosta e nun s'ha da tuccà". È un grido. Ma è anche un testamento.

E noi, oggi, cosa ne facciamo? Lo ascoltiamo davvero? O continuiamo a zittirlo, come abbiamo fatto per secoli?

Perché la verità, cari lettori, è che il silenzio non è mai neutro. Il silenzio è sempre schierato. 








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